LE MORTI DI QUELLA ESTATE

 

un racconto di 

Marco Mazzucchelli

 

 

Iniziò quella volta che volle essere fotografata al colmo dell’estate. Ondeggiando sul bordo della palude, mi mise in mano la Polaroid di suo padre. In canottiera e mutande umide, la pelle ingioiellata da costellazioni di granelli di sabbia.

Su, aveva detto, scattamene una da morta, con tutti quei canneti ocra e quei giunchi verdastri a far da sfondo.

Mezza nuda e sgranata nel controluce, corse verso l’acqua salina, facendo vibrare e ribollire tutto attorno a lei, come se i colori della sabbia, del pomeriggio e dell’afa non potessero essere trattenuti. Come se quel sole e tutti quei riflessi, stridendo, la stessero divorando. La trovai sdraiata a occhi e bocca aperti sul bagnasciuga, colpita mentre stava per tuffarsi. La testa rivolta nei primi centimetri di acqua salmastra, una mano vicina al viso, riversa all’in su come nel sonno, l’altro braccio disteso in avanti, verso qualcosa che se n’era andato. Le gambe e i piedi avevano strisciato sul terreno limoso, i capelli galleggiavano nell’andirivieni svogliato di quelle onde che le lavavano le labbra, le danzavano in bocca come in una grotta. Le nuvole saettavano nel cielo, si specchiavano stemperandosi nelle onde di quel lago morto, l’accarezzavano tutta e l’avvolgevano come una coperta di schiuma. Nella foto l’acqua era diventata cielo e le nuvole abbracciavano lei, che era morta per finta.

 

Il giorno dopo la fotografai nell’inferno pomeridiano del mio fienile, rovesciata nelle ombre bollenti e nell’odore aspro degli animali, vicino al forcone di mio padre, con baffi di paglia che risalivano lungo la pelle sudata delle braccia e delle gambe, come a impedirle la fuga.

Poi la fotografai nello scantinato umido e segreto di casa sua, lontana dalla luce che entrava dalle feritoie vicino al soffitto, con la faccia strisciata per terra, le labbra incollate al cemento grezzo, il bianco sconvolto degli occhi e il grumo rosso di carne e ferro dei suoi capelli; come scaraventata, nell’angolo più dimenticato, che sapeva dello stesso odore della palude.

Poi fotografai la sua ombra impressa sulla parete con i ritratti dei suoi antenati, impiccata al lampadario da far-west del salotto, su uno sgabello, con le persiane socchiuse, indecisa se lasciarsi andare all’eterno giallo abbagliante e ai sospiri sommessi dei campi di grano.

 

Quando schiacciavo il pulsante e azionavo quel meccanismo nascosto, quando la Polaroid ronzava e la foto usciva come la linguetta di un gatto, lei si alzava e in quel momento qualcosa nella stanza terminava e andava in pezzi – questo accadeva prima che si sistemasse i vestiti o i capelli, prima che si pulisse le gambe o le labbra, con il dorso nervoso delle mani. Poi si avvicinava a me, continuando a oscillare, ogni volta come se arrivasse da un mondo che s’era appena frantumato. Le mani tremavano per la rabbia, la frustrazione, e la salsa di pomodoro era sempre lì a ricordarle che era tutto un inganno, un continuo fallimento. Io custodivo le istantanee tra le mani, appena partorite, all’inizio pallide. Le impugnavo e le tenevo tra di noi, tra le nostre spalle in contatto.

Guarda, dicevo, guarda come appari, come nasci.

No, questa non è una nascita, diceva lei, e non è nemmeno una morte.

Da quel giorno non volle più usare la passata di pomodoro. E anche quel suo viso troppo stravolto, quegli occhi aperti da morta ammazzata, tutto quell’allungarsi inconscio delle braccia e delle dita, non potevano più funzionare. Non era mai soddisfatta, di nessuna foto, a parte l’ultima che le scattai e che lei non poté mai vedere.

Non nasco, diceva, e non muoio.

Nelle sue mani poi le polaroid tremavano, come se volesse svegliare la sua immagine di falsa morta.

 

Riot Sunflowers - Pamela Gacioppo

Riot Sunflowers – Pamela Gacioppo

 

Un sabato la accompagnai in città a fare commissioni. Guidava il pick-up di suo padre, tenendo il braccio fuori dal finestrino. L’aria era inferocita e le scompigliava i capelli color miele. Dietro il profilo del suo viso scorreva il giallo sfocato dei campi di grano, che si facevano sotto, che volevano inghiottire la strada, incombevano per arrivare a lei. Alla radio parlavano con entusiasmo della fiera del bestiame e del luna park, di come quell’anno fosse scenografico e sterminato, mentre il suo sguardo era in collera con quel mondo.

Dopo aver parcheggiato a bordo strada, ci chiudemmo nella macchinetta delle foto automatiche, affianco all’emporio delle spezie. Quella volta la facemmo come se la stessi strangolando. Non le ero mai stato così vicino, addosso, toccata così, sudati all’interno della lamiera, col suo profumo che s’era espanso, quasi salato, salmastro, con le mie mani che scivolavano e farneticavano attorno al suo collo trasparente, mentre le fissavo gli occhi chiusi e le labbra rosse, aperte come un frutto, in attesa dello scatto. Nelle quattro fototessere venne impressa la successione delle mie mani che la spingevano e trattenevano dentro, e la cascata dei suoi capelli e del suo volto stravolto, un pizzico di paura vera negli occhi, ammazzata per finta.

 

La domenica mattina passai a prenderla fuori dalla chiesa di legno bianco, stretta e con il tetto spiovente. Le campane stridevano e le persone uscivano sorridenti e ben vestite, con le scarpe lucidate di mattina, si abbracciavano e alzavano nuvole di terra, schiamazzando verso la fiera. Lei indossava un abito campagnolo, chiaro, con piccoli fiori lilla. Era incendiata dal sole di mezzogiorno e il profumo di grano si mischiava all’odore dei bovini che pascolavano ai bordi delle strade. Con i capelli raccolti dietro la nuca e l’abito abbottonato fino al collo, la presi per mano e corremmo trai campi, la macchina fotografica a tracolla.

Arrivammo alla palude sudati e con le guance infiammate. Lei fece per slacciarsi l’abito di fiori. Cominciò ad armeggiare frenetica con il primo bottone sotto il collo ma la fermai. Le posai un dito sulle labbra rosse, le sue pupille si dilatarono di aspettative, le gote si fecero ancora più rosse. La feci voltare, le baciai il collo pallido per la prima volta e annusai quel profumo per l’ultima. Riaprii gli occhi e le schiantai l’angolo metallico della polaroid sulla testa.

Ci fu una prima spruzzata di sangue, violenta come una frustata.  Fummo investiti da una folata di aria calda, gli alberi si piegarono e urlarono. La cinsi per la vita prima che si accasciasse, prima di rovinarsi la pelle e l’abito. La adagiai subito in mezzo alle ninfee: l’acqua era così scura che non si imporporava. Il suo corpo galleggiava sulla schiena, sui legami molecolari collosi. Le posai le mani trasparenti conserte sul petto e le chiusi gli occhi, come se la stessi affidando alla sicurezza di un rituale. Aveva le labbra lucide di pomata, le guance e i capelli della frangetta asciutti, di porcellana. I deboli movimenti di quell’acqua salmastra le lambivano il viso e le incollavano il vestito tra le gambe. Sotto le fronde di tutti quegli alberi, le nuvole saettavano impazzite nell’azzurro, ma non arrivavano a specchiarsi sull’acqua, a spettinarle i capelli e ad abbracciarla. Il cielo era scomparso dai suoi occhi.

Iniziò a muoversi, a venir spostata dai movimenti della palude, dove l’odore di chiuso era più forte. Si staccò dalla riva limacciosa e, quando dei fiori morti le si fecero attorno, in orbita, come pianeti a baciarle le guance, scattai la foto. Il ronzio della Polaroid non rubò la magia del momento e lei rimase un’anima spoglia che veniva traghettata. I pochi raggi di sole che trapassavano quel tetto di foglie, le incendiarono il petto in un’infinita costellazione di stelle. La sua immagine si rimpicciolì, si fece sfocata dietro la bruma calda e umida della palude. Girò dietro un’ansa buia e scomparve per sempre, tra le fronde piangenti di un albero a mollo nell’acqua.