BELLUM OMNIUM CONTRA OMNES: IL GRANDE NUDO DI GIANNI TETTI

A prenderlo in mano, il Grande nudo di Gianni Tetti (Neo Edizioni, 2016), sembra uno dei quei mastodontici tomi di Stephen King. Non un libro da leggere in scioltezza, si penserebbe, non un tascabile da portare sempre con sé.

Ma già dalle prime pagine ci si rende conto di come la scrittura di Tetti scorra senza difficoltà, di come ci tenga dietro alle pagine col suo ritmo asciutto da cronaca, sincopato e frenetico. E di come la storia, nel suo sconnesso intreccio iniziale, ci prenda per la gola mostrando l’ordinaria quotidianità rotta di tanto in tanto da eventi singolari e mostruosi.

Fratture che appaiono giusto il tempo di poche pagine, poche scene, quel tanto che basta a disorientare il lettore per convincerlo a proseguire e capire cosa succede. E succede che le piccole fratture pian piano diventano crepe, le crepe squarci e gli squarci voragini da cui erutta tutta la miseria e la violenza che il genere umano, retrocesso a uno stato di natura di hobbesiana memoria, è capace di compiere.

Partendo da ricorrenti temi di recentissima attualità, il mondo di Gianni Tetti non si discosta troppo da quello che ogni giorno viviamo. Non è una realtà alternativa la sua né un futuro distopico, ma l’estrema conseguenza, la più spaventosa deriva che il genere umano oggi potrebbe prendere. Ammetto che mentre leggevo il libro e sentivo quanto accadeva nel mondo, più di una volta ho pensato che una deriva tale non sarebbe stata poi così impensabile.

 

Il grande nudo di Gianni Tetti (Neo Edizioni)

 

Ho letto in un’intervista che il libro l’hai scritto in sei anni, o comunque quello è stato il tempo di gestazione. Data la corrispondenza con l’attualità, il libro è cambiato durante questi sei anni, se non nella forma nei concetti e nelle idee, e in che misura?

GT: Il libro è ovviamente cambiato molto, ma le idee base sono rimaste sostanzialmente invariate. La filosofia del libro si è consolidata con gli anni, e l’attualità ne ha condizionato fortemente la stesura. Agganciarmi all’attualità e trasfigurarla era, dopotutto, uno degli obiettivi iniziali di quest’opera.

Nel libro troviamo tematiche ambientaliste, legate agli infetti, persone che vivono in zone devastate da uno scellerato e insensato trattamento della natura, della terra e di chi da quella vive. Sei molto sensibile a questi aspetti?

GT: Sono sensibile come dovrebbe esserlo chiunque. Provo a portare avanti le mie istanze con semplici atteggiamenti quotidiani e sono disturbato dall’insensibilità rispetto a questi problemi. La mia isola, così come tutta la terra, ha subito negli anni un degrado ambientale dal quale non si torna indietro. Possiamo solo evitare di andare ancora avanti in questa direzione. Dobbiamo farlo per i nostri figli, e anche per la nostra dignità.

 

Il climax si raggiunge nel momento in cui si supera il punto di non ritorno, l’orizzonte degli eventi oltre il quale non si torna più indietro. C’è un prima e c’è un dopo e tutto ciò che sta tra questi due frangenti è terrificante. È l’essere umano denudato di ogni sovrastruttura razionale, filosofica etica o morale che sia. Ridotto allo stato animale, prevalgono gli istinti e i sentimenti basilari utili alla sopravvivenza.

In un mondo privato di regole, risucchiate da un imperante individualismo e da una lotta fratricida tra noi e loro, dalla quale anche i più fedeli compagni dell’uomo, i cani, scappano, ciò che resta è bellum omnium contra omnes.  E ciò che verrà dopo non necessariamente è meglio di ciò che c’era prima.

La violenza, nei suoi svariati aspetti, è un elemento portante del libro. Rimane la sottotrama, il sangue che anima le vicende di personaggi trainati in un’inarrestabile discesa all’inferno.

 

Ho trovato questo aspetto sensato e funzionale, ma mi ha incuriosito il picco che questa violenza a volte raggiunge. Ci sono scene che definire crude è riduttivo. Sono disturbanti, eccessive, sebbene mai fuori luogo o gratuite, anzi come detto contestualizzate con gli eventi in corso. Cosa ti ha spinto a un livello così alto, come ci sei arrivato, quali letture o film o opere hanno influito in questo senso?

GT: Non amo la violenza fine a sé stessa nelle opere di finzione. Tutto deve avere un senso, deve influenzare la storia, portare a conseguenze, avere delle cause e una ragione espressiva. A mio parere la lettura può e deve essere un’esperienza totalizzante, non solo intellettuale ma anche fisica. È anche con l’obiettivo di dare sensazioni quasi fisiche che non rinuncio a momenti duri, forti, che disturbano. Ma devo ammettere che non invento niente: in serie tv come Il trono di Spade o Dexter (per citarne due tra tante) sono presenti scene altrettanto disturbanti, i film di Haneke hanno esplosioni di violenza talvolta scioccante. In letteratura, alcune pagine di Agota Kristof sanno essere ruvide e cattive, dirette, tanto da disturbarmi.

Tu sei anche uno sceneggiatore, e hai detto che questo libro l’hai immaginato come una Serie TV in tre stagioni. Se dovessi trarre uno sceneggiato visivo del libro, come tratteresti l’aspetto della violenza?  Pensi che il medium libro ti dia un approccio o una libertà differenti nel trattare questo lato?

GT: Come dicevo anche prima, mi pare che la narrazione per immagini abbia già trattato abbondantemente la violenza e l’abbia già rappresentata anche nei più diretti, declinandone l’uso a varie funzione, da quelle che portano significato fino al semplice senso estetico. Sono convinto che attraverso le immagini sia molto più facile rappresentare la violenza, ma che la parola scritta, quando si trova la giusta chiave, sia più incisiva.

L’approccio che permette il libro è sicuramente più faticoso ma più completo. La parola resta, ma soprattutto è interpretabile. Ognuno visualizza a seconda della propria interpretazione, del proprio filtro mentale. Questo aiuta il libro a colpire più duramente rispetto alle immagini. E la minore passività rispetto alla visione di immagini, consente alle scene di un libro di restare impresse. L’immagine passa, la parola resta lì, pronta per essere letta e riletta.

 

L'autore, Gianni Tetti

L’autore, Gianni Tetti

Il Grande nudo è un’orchestra di personaggi diretti da un autore che sa dar forma e voce a idee, visioni e riflessioni. Un autore capace di non annoiare il lettore usando un linguaggio a volte anche troppo asciutto e arido, ma vario e modellato su ogni singolo personaggio, che possiede una lingua un background e un pdv unico nella narrazione, tale da aumentarne spessore e credibilità.

Nessun personaggio appare come la copia di un altro e nessuno è meglio riuscito di un altro, ognuno è a suo modo vivo e anche se la sua influenza sui progressi della storia può essere nulla, la presenza darà colore e pienezza all’affresco finale.

 

Come hai gestito questo stuolo di voci e dove nasce questa scelta espressiva?

GT: La narrazione polifonica è quella che mi piace di più come lettore o come spettatore. Mi ha sempre affascinato e in fondo è il tipo di storia che mi riesce più naturale. La vicenda si sviluppa attraverso gli occhi di diversi personaggi. Il prete è descritto in seconda persona perché ho pensato che stesse in continuo dialogo con qualcuno che lo giudica e lo mette di fronte alle sue azioni. Uno dei protagonisti, il ragazzo bruno, è descritto in prima persona perché in fondo è il personaggio che sento più vicino. L’uso della prima persona plurale descrive le azioni di un popolo, ed è ispirato a Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni. In terza persona parlo di personaggi di cui voglio restituire il maggior numero di aspetti e che subiscono le metamorfosi più profonde.

Le ragioni di questa scelta sono varie. A parte, come ho detto, un fatto di gusto, vari punti di vista mi danno la possibilità di rendere la contraddittorietà dell’uomo, che riconosco essere uno dei temi a me più cari. Sul versante narrativo trovo interessante lo spaesamento che può dare il cambio di punto di vista: contribuisce a tenere sempre alto il ritmo della scrittura, e la soglia di attenzione. Inoltre vari punti di vista mi danno la possibilità di scomporre e smontare la realtà, che credo che sia uno dei pochi modi onesti per raccontarla.

 

Il Grande nudo è un libro tanto oscuro nella messa in scena degli eventi tanto chiaro nella riflessione che degli stessi fa. È un libro denso, grande (700 pagine), dalla trama sfocata e a qualcuno potrebbe risultare eccessivamente violento, ma mai scontato o prevedibile e capace di regalarci personaggi che difficilmente dimenticheremo.

È una storia che si spinge inarrestabile verso la Fine, narrata da uno sparuto gruppo di persone che, vittime o artefici del tutto, non possono far altro che cercare di sopravvivere a un mondo allo sfascio e a se stessi.

 

La Sardegna del tuo libro è un palcoscenico su cui narrare una storia dal respiro mondiale. Ciò che avviene poi, come detto, è molto vicino all’attualità che tocca l’Italia, l’Europa o comunque il mondo attuale. Come ti rapporti invece con la scena letteraria sarda, hai idee e riflessioni in merito, pensi ci sia qualcosa che accomuni gli attuali scrittori sardi contemporanei o ti è indifferente e trovi superfluo dar forma a queste etichette?

GT: Sono figlio di una tradizione che parte dalla scena letteraria sarda e ne sono legato per vari aspetti. Raccontare il particolare, per significare l’universale è uno degli insegnamenti più grandi che la letteratura sarda mi ha dato, dalla Deledda in poi.

Parlando dei miei contemporanei, siamo certamente tutti accomunati dall’isola da cui proveniamo, ne raccogliamo i volti, i caratteri, la lingua, una certa tendenza all’ironia ruvida, anche nella vita. Per questo non mi dispiace che esista la categoria dello scrittore sardo, e sono felice di sentirmi parte di questo gruppo virtuale, meraviglioso ed eterogeneo. Dall’altro lato vivo nel mondo globalizzato, ho iniziato a scrivere leggendo Vonnegut e Salinger, adoro Pynchon, apprezzo la tecnica e le atmosfere di Murakami e King, mi costruisco le basi leggendo i grandi romanzi della tradizione occidentale. Insomma, se qualcuno pensasse all’autore sardo come a uno scrittore che parla solo di Sardegna magica e arcaica, di maialetti e mare, sarebbe sulla strada sbagliata e mi farebbe anche molto arrabbiare.

 

L'autore, Gianni Tetti

L’autore, Gianni Tetti

Un romanzo di 700 pagine non è una cosa da poco al giorno d’oggi, e oltre ad essere una sfida per l’autore immagino sia stata anche una sfida per l’editore scommettere su un tomo così grande. Che rapporto hai con i tuoi editori e che faccia hanno fatto quando gli hai mostrato il libro, o l’idea?

GT: Il rapporto con NEO, dopo tre libri, è molto stretto. L’ambiente NEO è dinamico, coraggioso, entusiasmante, ma ha anche tutti i pregi delle piccole imprese, dove ti senti in una famiglia, in cui trovi sempre un interlocutore pronto ad ascoltarti e le difficoltà si affrontano insieme, dove si sogna ma non ci si dimentica mai da dove si è partiti. Quando ho fatto loro presente che il libro sarebbe stato molto lungo, si sono fatti una bella risata, poi si sono fatti seri, poi hanno iniziato a lavorare per proporlo al meglio.

 

Hai qualche opera (un libro, un film o una serie tv, quello che vuoi) che vorresti consigliare ai nostri lettori. Un’opera che ti ha particolarmente colpito ultimamente o nella tua formazione; che ha influenzato il libro o la tua scrittura, o che comunque ritieni che debba esser letta o vista.

GT: Ultimamente ho visto una serie tv che si intitola Westworld. Attraverso una trama avvincente, parla dell’uomo, del senso di umanità, declina ogni nostra paura, è una grande riflessione sul ricordo e sull’istinto dell’essere umano. Mi è piaciuta molto. 

Mi dai la splendida occasione di consigliare due libri di Sergio Atzeni, Apologo del giudice Bandito, il primo libro di Atzeni, e Passavamo sulla terra leggeri, l’ultimo consegnato all’editore prima di lasciarci. Non solo sono bellissimi, ma hanno anche influenzato la mia scrittura e continueranno a farlo.

 

Il Grande Nudo,

Gianni Tetti,

Neo Edizioni,

2016